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Sit-in in Israele per la liberazione degli ostaggi – Ansa

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«Gli ostaggi saranno rilasciati tra poco. L’intesa grazie alla mia vittoria». Parola di Donald Trump. La tregua fra Israele Hamas e la Jihad ha molte facce. Quella qatariana, per cominciare, perché è lì, a Doha, dove Hanyieh trovava dorato rifugio insieme a innumerevoli altri notabili prima di essere eliminato, che si annodavano pazientemente i fili di un accordo che attribuire a Antony Blinken e all’uscente Joe Biden o alla ferrea volontà di chiudere le ostilità da parte del nuovo inquilino della Casa Bianca è disputa al momento accademica se non futile. In tv, dopo l’annuncio, bastava passare in rassegna i volti ormai consegnati al tempo andato di “Sleepy Joe”, di Kamala Harris e dello sfortunato globetrotter Blinken (insieme a Alexander Haig durante la crisi delle Falkland il meno efficace fra i segretari di Stato) per cogliere il fatale cambio di passo dell’Amministrazione Trump. Perché un vincitore in realtà c’è ed è Benjamin Netanyahu. Tre volte redivivo (disastroso premier nel 1997, poi estromesso dalla corsa e di nuovo in sella quando scalza Kadima e guadagna il premierato alleandosi con l’ultradestra religiosa, quindi in caduta libera dopo il 7 ottobre), oggi il plurinquisito Netanyahu (sul suo capo pende anche un mandato di arresto per crimini di guerra da parte della Corte penale internazionale dell’Aja) svetta su una coltre di rovine e di desolazione, cosparsa di decine di migliaia di cadaveri, di rifugiati, di jihadisti e milizie allo sbando. Ma su una cosa sono quasi tutti d’accordo: nel devastato quadrante libanese e siriano, l’operazione delle forze di Tsahal sembra giunta al termine. La potenza militare di Hezbollah è stata significativamente ridotta, con la distruzione dei “santuari” di confine utilizzati dall’Iran per il transito di armamenti verso il Partito di Dio. Anche la cosiddetta “autostrada sciita”, un corridoio strategico che collegava Teheran attraverso Siria e Iraq fino a Bahrein e Yemen, è stata smantellata. Damasco, un tempo fulcro del potere alauita instaurato da Hafez al-Assad e poi dal figlio Bashar, è ora una capitale decapitata. La mappa geopolitica della zona è profondamente mutata. In fondo Netanyahu non aveva fatto mistero delle proprie intenzioni, quando all’ultima assemblea generale dell’Onu aveva dichiarato di adoperarsi per «Changing the strategic reality in the Middle East».
È presto per dire se la tregua reggerà davvero e se le chiavi del potere di Hamas ora in mano a Mohammed, fratello di Yahya Sinwar, siano una garanzia di stabilità. Divisi fra pragmatismo qatarino e accecante desiderio di vendetta, ciò che resta dei quadri dirigenti di Hamas sarà comunque sempre una spina nel fianco di Israele.
Ma dietro la resurrezione di Netanyahu, la cui longevità politica sfida ormai quella di Vladimir Putin, c’è un cospicuo groviglio di interessi che è il motore occulto della tregua. Mancano solo quattro giorni all’insediamento di Donald Trump alla Casa Bianca. Ma già s’intravedono le sue priorità. La Cina sarà la principale, mentre Ucraina e Medio Oriente rappresentano minacce secondarie. Gli Accordi di Abramo costituiranno l’obiettivo comune per Israele, Arabia Saudita, gli emirati del Golfo, l’Egitto e i paesi del Maghreb. «Niente più guerre e tensioni in Medio Oriente», reclamano da Washington. Troppi danni per la sventatezza di Barack Obama e troppi indugi da parte di Joe Biden. Il dream team che circonda Trump promette affari più che di ideali, un ambito in cui The Donald da sempre eccelle. A ben vedere, nessuno degli attori di questa tragedia ha la coscienza immacolata: pensiamo solo ai generosi finanziamenti che Qatar e sauditi hanno da sempre fatto al mondo wahabita e segnatamente anche ai “falchi” di Gaza e alle strizzatine d’occhio che Egitto e Turchia hanno rivolto di quando in quando al mondo palestinese. Da giorni tuttavia a Riad, come ad Amman, al Cairo nei fiabeschi palazzi delle silenti petromonarchie del Golfo tutti attendevano quel fischio di chiusura del conflitto.
Resta il nodo di Teheran, rimpicciolita e ridimensionata nelle sue mire e costretta a venire a patti con un duo – Trump e Netanyahu – che non ama le sottigliezze: se ci sarà l’atomica degli ayatollah le conseguenze potrebbero essere letali. Ma Trump, lo ha detto, non vuole più guerre, vuole spegnerle. A cominciare da quella in Medio Oriente. Vediamo se funzionerà.





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